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Diario

DALL’ORSOMARSO AL POLLINO

 Immagine 571

Partenza da piazza Matteotti alle 5.45 con autobus NCC di Michele.

Arriviamo con difficoltà a San Donato di Ninea. A causa dei tornanti in salita che restringono sempre più lo spazio per il passaggio dell’autobus, ci fermiamo. Seguendo il consiglio di un automobilista del posto, risaliamo sul bus e ci voltiamo indietro per raggiungere il municipio aggirando il paese.

Qui, la signora Carla contattata da Gianni non è in servizio perché ammalata. L’intesa con la signora Carla era di ottenere “un passaggio” con un mezzo fuoristrada per raggiungere Piano di Lanzo attraverso l’impervia strada di montagna. Alcuni tratti sono franati e sarebbero impraticabili per il nostro autobus. Ci rivolgiamo al comandante della polizia locale, che però non vuole assumersi responsabilità e aspetta il via libera del sindaco per accompagnarci. Finalmente l’okay del sindaco arriva e possiamo ripartire. Per ringraziare, Gianni lascia i nostri regali per la signora Carla: il gagliardetto dell’associazione, il pane di Matera e un cucù in terracotta.

Michele segue il fuoristrada della polizia locale, dov’è montata Margherita con i nostri zaini. Il piccolo autobus supera brillantemente i punti critici; uno in particolare, dove la strada è molto sconnessa, viene oltrepassato dopo che tutti noi siamo scesi. Giunti al rifugio chiuso di Piano di Lanzo a 1352 metri di quota, salutiamo Michele ringraziandolo e dandoci appuntamento fra tre giorni al rifugio di Acquafredda.

Ci prepariamo per la camminata: calziamo gli scarponi, riempiamo l’acqua, ci liberiamo degli indumenti in eccesso e spalmiamo la crema di protezione solare sulla pelle: le previsioni annunciano una giornata calda e soleggiata.

Si parte! Lasciamo la strada asfaltata per un ampio sentiero tra i faggi che sale in maniera ripida, tanto che i miei compagni si voltano preoccupati con uno sguardo che muto chiede: “Ma è tutta così?”. Gli zaini sono riempiti di tutto quanto necessita per quattro giorni di cammino con pernotti in rifugio o agriturismo, per cui pesano tra i 6 e i 10 chilogrammi, a seconda delle scelte di ciascuno. No, non è tutta così. Sono solo poche decine di metri per raggiungere e affidarci alla bianca Madonna del Pellegrino, in alto sopra un masso calcareo con il Bambino in braccio, collocata ai piedi della cima più alta del massiccio dell’Orsomarso (Cozzo del Pellegrino, m.1987 slm).

Ci muoviamo in fila indiana per uno stretto sentiero che attraversa un incantevole bosco di ontani affacciato sul fiume Esaro e sul lago omonimo. Nelle piccole radure, oltre alle felci in accrescimento e al sambuco ebbio, vegeta l’asfodelo montano e l’asfodelo della Liburnia, entrambi in fioritura.

Dopo un tratto in salita che ci porta a 1565 metri di quota, lasciamo il bivio che a sinistra sale a Cozzo del Pellegrino e proseguiamo per il sentiero 601. Il tratto di cammino che stiamo percorrendo fa parte del Sentiero Italia realizzato dal Cai, come pure la frazione di domani e parte di quella di dopodomani.

Sulla sterrata c’è un grosso blocco in cemento adagiato con il segnavia biancorosso del Cai che indica una deviazione a destra. Lasciamo dunque la sterrata e ci infiliamo lungo un sentiero poco distinguibile in discesa nel bosco.

A metà percorso odierno giungiamo a Piano Ferrocinto. Sssh! Tutti si fermano: c’è una coppia di caprioli che pascola nel silenzio della grande radura. Non si sono accorti di noi. Che meraviglia! Da lontano li osserviamo a lungo, finché i due cervidi si accorgono degli intrusi e fuggono nel bosco.

Facciamo una sosta e allora penso che potrei mangiare un pezzo di focaccia oppure l’altra banana. Ma il sacchetto che avevo legato sullo zaino non c’è più, dev’essere caduto chissà quando e allora devo accontentarmi di un po’ di frutta secca e qualche violetta.

Arriviamo a Piano Tavolara, dove una collinetta verde dà l’idea di un enorme tumulo, come fosse la tomba di un gigante. Superiamo un torrentello dall’acqua limpida. Nicola il pastore non perde l’occasione per mettere i piedi a mollo, Rocco esplora il corso d’acqua e scorge la presenza di trote. Mi ricordo adesso di essere già stato in questo posto, ricordo le casette abbandonate. Sicuramente ho già fatto lo stesso percorso alcuni anni fa con Stephan e Adriano, perché ricordo le felci alte subito dopo Piano di Lanzo.

Proseguendo sulla sterrata, a poche decine di metri di distanza, sgorga la sorgente Spaccazza. Il collo di una bottiglia di plastica è stato infilato all’imboccatura della fonte per sollevare l’acqua che altrimenti si mescola con il torrentello che scorre a fianco. Ci fermiamo per il pranzo e approfittiamo per togliere gli scarponi e rinfrescare i piedi nelle chiare, fresche e dolci acque. L’amenità del posto, ombreggiato da fronde di alberi e abbellito da fiori ed equiseti, lo rendono ai nostri occhi un angolo di paradiso.

Torniamo indietro nella radura per prendere un sentiero che sale a sinistra attraverso le baracche abbandonate.

L’ultimo tratto in leggera salita nel bosco è molto bello, al fresco dei faggi e al suono dolce dell’acqua che scorre, su cui si affacciano di tanto in tanto fitte colonie di farfaracci. “Non avrei mai immaginato di trovarmi così bene nel cinto pelvico di una vacca”, scherza Nicola portandosi le ossa di un bacino bovino a coprire il viso come una maschera naturale. Poi indica la bellezza di un gruppo di tronchi di faggio che si mimetizzano perfettamente con la roccia: è una magnifica scenografia naturale per posare davanti all’obbiettivo, a cui divertiti ci prestiamo volentieri Isa, Teo e io.

Sono stanchissimo, non vedo l’ora di arrivare e perciò negli ultimi metri che mancano dal rifugio accelero spingendo con gambe e bastoncini, quando stiamo ormai già entrando nel Piano di Novacco, in territorio di Saracena. Eccoci nella grande radura silenziosa, un altro capriolo fa capolino dal bosco poi scompare.

Un boccale di birra per riaverci dalla stanchezza e ci sistemiamo nelle stanze. Oggi mi è andata bene: sono in un letto matrimoniale, da solo. Per la doccia dobbiamo aspettare che l’acqua si scaldi. Il rifugio non è raggiunto dai cavi dell’energia elettrica e i gestori devono azionare un gruppo elettrogeno quando serve. Per prima cosa laviamo calzini e T-shirt tecnica e li stendiamo al sole del pomeriggio.

Prima di cena, Isa mi fa notare qualcosa che si muove in fondo alla radura: si tratta di cinghiali che sono scesi dal bosco e ora grufolano nel prato. Massimo, che gestisce da poco il rifugio, ci dice che sono tanti anche i lupi che circolano nella zona. Cena con antipasti di salumi e formaggi, un primo di pasta con sugo di salsiccia e un secondo di maiale. Buono, anche se un po’ grasso e perciò laborioso da digerire. Per concludere un dolce della casa. Oggi brindiamo a Margherita per il suo compleanno.

Seconda tappa, i piani dell’Orsomarso.

Lasciamo Piano Novacco e ci portiamo, tra stradine deserte, sentieri e boschi verso Morano. Sui rami dei faggi spuntano nuove foglioline accanto a quelle secche, bruciate da una gelata tardiva. Dopo Piano d’Erba, un cerambice nero si attarda temerariamente sulla strada. Bellissimi i piani che attraversiamo oggi. Il giallo dei ranuncoli e i colori variegati delle violette rompe la monotonia del verde del bosco. Ai lati del sentiero splende qualche orchidea nido d’uccello. Da Piano Masistro, dove giacciono in abbandono le strutture di un parco avventura, si cominciano a vedere le cime del Pollino che segnano il confini tra la Calabria e la Basilicata. Piano di Mezzo e Piano Grande si presentano come grandi doline, in fondo alle quali l’acqua è da poco sparita lasciando il terreno fangoso o regge ancora in minuscole pozze.   

Il Piano Grande è maestoso, alcuni cavalli scendono al galoppo sui prati fino in fondo al piano. Raccolgo un pezzo di osso imbiancato al sole su cui si notano i segni dei denti che l’hanno scarnificato. Due rapaci dalle ali maestose volteggiano sulle nostre teste: sono due aquile, che emozione! Sapremo poi da Franco, che li ha osservati bene al binocolo, che si trattava invece di poiane. Fa niente, resta dentro l’emozione di quelle ali spiegate sull’immensità della prateria primigenia.  

Volgiamo a destra risalendo una piega di Piano Grande e più sopra ci fermiamo per ricompattarci e mangiucchiare qualcosa. Ci infiliamo nuovamente nella faggeta in un sentiero che scende ripidamente, per poi uscire in vista dei primi campi a valle. Muovendoci tra gli arbusti fioriti di rosa canina, giungiamo a una recinzione, dove un paio di cani difendono il territorio. Rocco entra senza timore e i cani si fanno da parte intimoriti, pur continuando ad abbaiare; lo seguiamo fino a raggiungere Pasquale, pastore contadino del posto, che ci saluta sorridendo. Scambiamo con lui due parole. Come tutti i contadini, si lamenta per lo scarso raccolto.

Isa è stanca e chiede quanto manca all’arrivo. Almeno di sapere quanto tempo ci vuole. Le risponde Rocco: “Ci vuole il tempo che ci vuole!”. Le valutazioni sono sempre approssimative, tant’è che le stesse indicazioni sulle tabelle del Cai lasciano spesso perplessi. 

Proseguiamo attraverso i piani coltivati di Campizzo fino a raggiungere una stradina asfaltata fiancheggiata da filari di alti sambuchi. Un trattore è al lavoro per accostare il fieno tagliato. Ci fermiamo all’altezza di un muretto che termina con il segnavia biancorosso del Cai. Facciamo attenzione a non schiacciare alcuni scarabei stercorari, tutti presi dalla loro principale occupazione: il maschio e la femmina hanno perfettamente modellato la loro pallina di sterco e la fanno rotolare con grande abilità e mirabile coordinamento: mentre uno la tira, l’altro la spinge. Quando avranno raggiunto il loro nido, vi ficcheranno dentro la pallina in cui la femmina depositerà le uova; le larve ne trarranno poi il cibo per svilupparsi. Importantissima è la funzione ecologica degli insetti coprofagi che fanno sparire grandi quantità di sterco prodotto dai ruminanti provvedendo senza saperlo al riutilizzo di minerali e altri nutrienti e riportando l’azoto nel terreno che viene così fertilizzato.   

Saliamo per un tratto scoperto dove la roccia si è disgregata in scaglie bianche. Ci infiliamo quindi in un sentiero che, procedendo a mezza costa sul lato nord della montagna che sovrasta Morano, si muove sinuoso nella pineta, che si alterna alla lecceta. Ecco improvvisamente il castello che, sebbene ridotto a ruderi, ci riporta alla civiltà.

E’ il 2 giugno, giorno di festa e le chiese e gli altri edifici pubblici sono chiusi. Facciamo un giro affacciandoci nella parte vecchia del paese, che vanta di essere annoverato tra i borghi più belli d’Italia, e raggiungere la chiesa arcipretale di San Pietro e San Paolo e il castello normanno-svevo. Ci accontentiamo di ammirarne  l’architettura esterna, le pregevoli statue in marmo di Carrara di Pietro Bernini, padre del più famoso Gian Lorenzo, le vedremo un’altra volta.

Dopo aver conosciuto Rocco, simpatico indigeno che si è avvicinato con la voglia di socializzare, scendiamo sulla strada provinciale 241, per fare poi sosta a una fontana situata a un crocevia in contrada Carbonara. Procediamo poi lungo stradine a servizio delle case coloniche tra campi di ulivi e di frumento, sempre seguendo il segnavia del Cai. Una serie di canali innaffia abbondantemente l’intera ridente piana, dove scorgiamo anche un allevamento di struzzi.

L’ultimo tratto di strada è uno sterrato e quando si entra nella proprietà dei Coscia la via è un nastro serpeggiante di cemento che si srotola in salita. Caterina e Gian Nicola ci accolgono da cortesi padroni di casa. Un boccale di birra e un pugno di patatine e presto siamo sistemati nelle nostre stanze. Gli ambienti sono antichi, una volta appartenevano al convento, e sono stati ristrutturati con gusto e cura. Mi capita la soffitta: due stanze comunicanti con letti matrimoniali, questa volta devo condividere il mio con Antonio.

Renato disfa il suo zaino quando si accorge di non avere più le due leggerissime ciabatte bianche di tela: quelle con cui il cane aveva giocato a rifugio Novacco erano le sue. Carlo decide di farsi lo shampoo ma avrà bisogno di tempo per asciugare i suoi lunghi capelli scuri.

Cena gustosa nella sala a un centinaio di metri dagli alloggi. Oggi brindiamo a Franco per il suo compleanno. Insieme a Rocco, Antonio e Carlo salgo ai ruderi del convento di Colloreto; la flebile luce selenica conferisce al campanile circolare, a quelle mura diroccate sotto le cime imponenti un fascino cupo, sembra quasi di scorgere tra le fronde degli alberi le ombre diafane dei frati che qui vissero secondo la regola di Sant’Agostino. Lecci, ginepri e altri arbusti sono adesso i nuovi silenziosi inquilini di questo luogo che fu di preghiera. E’ un angolo che oggi presenta un contrasto davvero singolare: pare di stare appartati in capo al mondo, quando si è scossi all’improvviso dal fragore delle auto e dei camion che sfrecciano a pochi metri sull’autostrada e nel tunnel scavato proprio sotto il convento.

Terza tappa, il Pollino lucano.

Ci raggiunge Antonio “Mezzocammino”, accompagnato da una coppia di amici. Adesso siamo diventati sedici. Salutiamo Caterina e Gian Nicola con una foto di gruppo e partiamo. Sosta d’obbligo per il gruppo ai resti del convento degli eremitani di Sant’Agostino. Fu costruito nel XVI secolo. Si resta colpiti dal grande fonte battesimale scolpito in un unico blocco di roccia conglomeratica. Più avanti, in un muro ora isolato si notano due condotte che portavano forse l’acqua dalle sorgenti vicine.

Copiosa è la sorgente Tufarazzo, come pure, più sopra, la sorgente della Serra. La prima crea una cascatella che si ammira osservando in alto i pini loricati abbarbicati sulla rupe del Pollinello. La seconda scaturisce da un’ampia bocca della roccia per scivolare rapidamente in un meraviglioso letto inclinato di verdi muschi. La Scala di Gaudolino o dei Moranesi s’inerpica per oltre 700 metri ed è una bella prova perché bisogna procedere secondo le proprie possibilità, evitando di spingere troppo se si vuole arrivare ai quasi 1700 metri di Gaudolino, il punto più elevato del cammino. Così il gruppo si sgrana dandosi appuntamento agli abbeveratoi del passo. Avanziamo al fresco della fitta vegetazione che gradualmente cambia dai lecci o elci, agli agrifogli, ai faggi, con qualche dactylorhiza maculata che spunta di tanto in tanto.

Sono rimasto indietro con Giovanni. Ancora più indietro è Nicola il pastore che aveva bisogno di una pausa. Ci sono un paio di punti in cui il sentiero sembra diramarsi in due direzioni, qual è quella giusta? Con un po’ di esperienza, riusciamo a indovinare la via corretta, ci fermiamo però a lasciare un segno per Nicola. Accostiamo dei rami a mo’ di freccia di direzione, la vedrà?

Un centauro su motocross arriva dal Vallone a tutta velocità e rumore. Mentre passa saluta, ma lo trattiamo freddamente: per lui sarà pure divertente, ma non siamo in un parco divertimenti e il rombo del suo motore non si intona certo con la quiete della natura che ci circonda. Gian Nicola ci ha spiegato che il continuo passaggio di questi fuoristrada su due ruote scava profondi solchi sul sentiero capaci di deviare il corso del ruscello.

Rinfrescati e rinfrancati dopo aver messo i piedi a mollo, ripartiamo per discendere il versante lucano del Pollino. Siamo sul sentiero forse più frequentato del Parco, quello che da Colle dell’Impiso porta a Colle Gaudolino. Al piano basso di Vacquarro ci fermiamo accanto alle acque del Frido per la pausa pranzo. In lontananza da nord si innalzano nuvole scure che potrebbero minacciare pioggia. Anche i siti di previsione meteo danno una buona probabilità di pioggia al pomeriggio nel territorio di San Severino. Rocco ci esorta a non perdere tempo perché il cammino è ancora lungo.

Saliamo le Scalette delle gole del Frido sul fianco di Timpone di Mezzo, che portano in vista il Santuario di Madonna di Pollino situato proprio sulla cresta. Secondo il primo itinerario tracciato da Nicola il coordinatore, è lì che saremmo dovuti arrivare a conclusione della terza tappa. Invece il rifugio è chiuso e la foresteria del Santuario non apre prima dell’arrivo della Madonna, cioè prima della prima domenica di giugno. Abbiamo così studiato una deviazione che raggiunge Mezzana e da lì partire per la tappa finale diretta al rifugio di Acquafredda.

Lasciato sulla sinistra anche Timpone di Murzo, prendiamo una via sterrata a destra che procede lungo il crinale verso l’abitato di Conocchielle. La vegetazione si dirada; da nord-ovest, guardando in direzione dell’alta valle del Sirino, il cielo avanza sempre più scuro. Acceleriamo. Sembra quasi una gara tra noi e la pioggia, a chi arriva prima. Si sentono tuoni rotolare nel cielo, per il momento ancora lontani. Il gruppo si sgrana; Rocco, solitamente sempre in testa a fare da battistrada, non è tra i primi. Generoso com’è, è rimasto indietro per assicurarsi che nessuno perdesse i contatti dagli altri.

Avanziamo del profumo delle ginestre che fiancheggiano l’ampio sentiero, abbiamo il tempo di scattare ancora qualche foto a Pietra Iaccata, che sembra il morso di un gigante dato alla cresta. Siamo ormai a Conocchielle e facciamo appena in tempo a infilarci tutti in un bar ristorante che l’acqua scroscia dal cielo. Questa volta siamo stati fortunati, la pioggia ci ha lasciato vincere. Condivido con Gianfrancesco una bottiglia di birra. Si brinda al compleanno di Giusi anche se Giusi non c’è, ma voleva venire.

Quando spiove ripartiamo per Mezzana Torre, dov’è il nostro agriturismo. Scavalchiamo l’acqua del Frido che scroscia sotto il ponte di legno vicino al Mulino Iannarelli e siamo nel centro di Mezzana, dove sorgono la chiesa e l’ufficio postale. La frazione di Mezzana si compone di diversi nuclei abitati: Mezzana Frido, Mezzana Salice, Mezzana Torre e Mezzana Cianci, a cui si aggiungono Conocchielle e Varco, tutti a breve distanza tra loro. A Mezzana Torre troviamo Luciano che ci accoglie e ci aiuta a sistemarci tra le varie casette della sua struttura.

Cena abbondante, conclusa con la dura sconfitta subita dalla Juve in finale Champions per piede di Ronaldo. Meglio dormirci su, domattina ci aspetta l’ultima fatica. Abbiamo deciso però di alzarci con calma per aspettare il passaggio della processione del simulacro della Madonna per il Santuario.

Ultima tappa, il saluto alla Madonna.

La discussione è sorta sin dal mese di Aprile, quando abbiamo fatto il sopralluogo per verificare il percorso da Mezzana Torre alla Catusa: aspettiamo il passaggio della Madonna con il rischio di fare troppo tardi oppure lo ignoriamo e partiamo presto come tutte le altre volte subito dopo la colazione. Non è chiaro a che ora passerà la processione, chi dice alle 9,30, chi alle 11. Rocco è partito in testa per raggiungere la strada principale a monte, deciso ad aspettare al massimo fino alle 9,30, poi s’incamminerà verso la montagna, con tutti gli altri o senza.

Ieri, ho chiesto informazioni a una donna mentre chiudeva a chiave la porta della chiesa. Mi ha detto che la messa è alle 11, all’arrivo della Madonna. E’ un bel momento, ha aggiunto, con tutta la gente sul sagrato in attesa, gli zampognari che suonano e un clima generale di grande partecipazione e festa. Rosanna si fa regalare un foulard amaranto con l’effigie della Madonna, poi lo intreccia a turbante per tenere i capelli e coprirsi la testa dal sole forte.

Tagliamo lungo un viottolo interno in forte pendenza. In aria rimbombano i primi botti. Annunciano l’arrivo della Madonna. Davanti alle case sono stati posti dei tavolini sistemati a mo’ di altarini cosparsi di petali di rosa. Continuano i botti, molto vicini. La gente del posto, ma anche dai paesi vicini, è scesa per le strade, vestita con gli abiti della festa. C’è la banda, composta anche da tanti giovani, maschi e femmine, tutti con le camice bianche, i calzoni e il berretto neri.

La discussione è finita, la Madonna è arrivata proprio quando noi abbiamo incrociato la strada su cui era attesa. Le vado incontro. Ecco la processione che arriva, con la Madonna e il Bambinello in braccio nella teca portata a spalle da quattro portantini; ci sono anche il prete, il maresciallo dei carabinieri e tutta la gente al seguito. C’è euforia nell’aria. Un uomo alto e scalzo, con barba e abito neri, danza al ritmo dell’organetto e dei tamburelli. La processione lascia la strada per uno spiazzo laterale e si ferma davanti a un’abitazione. I portantini poggiano la teca sull’altarino e si riposano un poco, dalla casa escono le donne con ciambelle e altri dolci che offrono ai fedeli mentre gli uomini versano vino e caffè.

Il corteo festoso s’infila tra le case mentre noi ci allontaniamo dall’euforia religiosa con buon passo. Superiamo senza troppe difficoltà la salita che da Mezzana Torre porta alla sterrata sotto il Monte Caramola. La vegetazione ancora una volta scandisce il cambio di quota: dalle ginestre e dagli ontani si passa agli agrifogli e ai faggi, fino agli abeti bianchi e rossi. Sulla strada sterrata siamo lontano dai clamori della festa, si torna alla tranquillità accogliente della natura. Qui godiamo anche della frescura del bosco. Passiamo dal belvedere di Palladoro, dove ci fermiamo ad ammirare il versante sud-occidentale del massiccio, il Monte Pelato, la cresta di Madonna di Pollino coronata dalle vette più elevate, il Grattaculo. Ci soffermiamo ad osservare il tragitto percorso ieri sotto Timpone di Mezzo e Timpone di Murzo fino a Conocchielle.

Prima di giungere alla Catusa, facciamo una breve deviazione per Timpone Vitelli, dove campeggia un grande agrifoglio e un tasso si nasconde sull’orlo del dirupo, ma soprattutto possiamo ammirare il grandioso paesaggio che sconfina oltre Timpa di Pietrasasso, verso la valle del Rubbio, del Sarmento, il Monte Coppolo, il Sinni e le terre in direzione di Matera. Lungo la via sterrata reggono alcune pozzanghere; in una di queste si sollazza un lombrico. Anche questi animaletti sono utili all’ecosistema perché ingeriscono il terreno nutrendosi delle foglie secche e altri detriti organici presenti e scavano gallerie, così fertilizzando anch’essi il terreno.

Alla Catusa troviamo ad attenderci Maria Luisa e Rocco, che ci sono venuti incontro con una loro amica e Pippo il bassotto. Possiamo rilassarci in uno dei luoghi più incantevoli del Parco, abbandonando sul prato ogni pensiero: ormai siamo prossimi alla conclusione del cammino, il tempo è bello, non ci sono preoccupazioni.

Ci rimettiamo in marcia passando dallo sperone ofiolitico di Timpa di Pietrasasso, che si erge maestoso circondato da begli esemplari di agrifoglio, impenetrabili per quanto sono fitti. Franco si ferma a coccolare un cucciolo di pastore maremmano al seguito di un gregge. Giungiamo infine al rifugio di Acquafredda, dove Enzo e Filomena ci accolgono con una tavola ricca di antipasti e l’assaggio finale di liquori a base di erbe prodotti artigianalmente. Brindiamo alla salute di Domenico, che non è con noi e non è nemmeno il suo compleanno: è che ha voluto salutarci offrendoci una bottiglia doppia di spumante, per festeggiare la conclusione del cammino. Resta il sapore, che ci porteremo dentro nei giorni a venire, della stanchezza ma anche di una bella soddisfazione e un po’ di nostalgia per tutti i compagni e le compagne di cammino che insieme hanno formato una squadra allegra e vincente.

Cosimo Buono

Progetti

La Basilicata fotografata nei dieci anni di escursioni di Trekking Falco Naumanni.

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